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«One second isn’t one second» by Dottoressa Anna Zevolli

«One second isn’t one second» by Dottoressa Anna Zevolli

«ONE SECOND ISN’T ONE SECOND»

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, deponete l’aspettativa di una qualsivoglia rappresentazione e predisponetevi all’epifania.

« One second isn’t one second » non è solo una programmatica dichiarazione d’intenti d’afflato bergsoniano, ma anche la proposta di abbracciare un’attitudine nei confronti del mondo e della sua fruizione sensoriale.

Ricalcata sull’esperienza del viaggio psichedelico, questa creazione tenta di esplicitarne tutta la portata liberatoria e il suo potere di ipersensibilizzazione quasi sinestetica, la capacità di dilatare tutti i ‘pori’ di un secondo quasi fosse una densa sfera senza dimensioni, ma potenzialmente in grado di contenerne infinite.

È giusto il fremito di ciglia di un gigantesco, sinistro e quasi famelico occhio quadruplice che ci sprona a purificarci da schemi spaziali e punti di vista unidirezionali per abbandonarci all’onda delle percezioni che insorgono.

Quello che si vede/vive è un tempo che realizza la Durata, un tempo che si gioca nel territorio della visione ma che rifiuta la spazializzazione con cui di solito è concepito, interpretato ed espresso, aprendosi in tal modo alla sua autenticità.

Di qui la difficoltà di provare a descrivere e definire quelle che a rigore non sono più propriamente immagini, poiché dell’immagine hanno perso ogni confine ed ogni staticità, laddove anche una semplice linea retta non più divide ma unisce e rende possibile un trascolorare fluido e ipnotico di una situazione percettiva nell’altra, perfettamente fuso con le suggestioni sonore.
Si resta smarriti nonostante e, anzi, soprattutto seguendo l’impossibile traccia di inquietanti tralicci che viaggiano sulla nostra testa o nel nostro cielo immaginario, motivo quasi ricorrente che consacra, per chi ancora non vi si fosse calato, la metafora di un viaggio assolutamente non lineare e capovolto, un viaggio in cui si corre il rischio di perdere – o trovare? – ( è questa forse l’eco che giunge sul finale dal bambino che gioca, prima che tutto finisca…) i propri punti di riferimento e appigli. Inaspettati anche i frammenti di suggestioni naturalistiche, quasi vaga reminiscenza di un’ancestrale appartenenza al mondo naturale.

In questo ambiente/habitat paradossalmente allucinato ma confortevole trovano posto le figure umane in carne ed ossa: lo spettatore le vede arrivare in un istante ormai non più e non importa quanto precisabile, ed è chiamato a seguirle in una danza – nel senso di come potrebbero danzare le foglie giù da un albero o delle cellule al microscopio – fatta di minimi fremiti e progressi, quasi facessero parte di una crescita organica all’interno di un processo vitale più ampio.

Abitando il fluire del movimento, esse vi appartengono e ne sono ‘agite’, al punto che il loro incontro – si direbbe del resto casuale – diventa un momento poetico, toccante ed emozionante: nell’allentamento del Tutto, un fragile contatto.

Ma poi si procede verso quello che costituisce il culmine della creazione, l’acme della sospensione e della dilatazione emozionale: in un’atmosfera ormai rarefatta siamo invitati ad entrare, prima lambiti, poi abbracciati e penetrati, in quello che potrebbe essere l’umor acqueo di un’anima con i suoi sommovimenti (volute di liquido nero) o gli anfratti di una rete neuronale (sinapsi bianche che ricordano quadri di Jackson Pollock).

È il gioco del positivo/negativo che consente di sdoppiare l’interpretazione e il vissuto di questo momento, dopo del quale sembra si possa infine tornare; ma non sappiamo dire dove: se avanti o se indietro, se al punto di partenza che non è più lo stesso o verso una conclusione che contiene il passato, ma che comunque non è una fine…

È questo l’insondabile equilibrio del secondo che abbiamo vissuto.

Dottoressa Anna Zevolli



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